Inizio pagina

«I legami che si creano non si spezzano neanche dopo il rientro in Svizzera»

L’esplosione a Beirut ha danneggiato molti ospedali della capitale. Jean-Daniel Junod, infermiere anestesista degli Hôpitaux Universitaires de Genève, ha fatto parte dell’unità medica «Mother and Child» composta da specialisti del Corpo svizzero di aiuto umanitario (CSA). Per Jean-Daniel Junod la forza di questa unità risiede nella stretta collaborazione con il personale locale: supporto e assistenza sono le parole chiave di un aiuto concreto e sostenibile.

28.08.2020
 L’esperto del Corpo svizzero di aiuto umanitario Jean-Daniel Junod in primo piano davanti a un aereo, pronto a partire per la missione a Beirut.

Il DFAE ha inviato un altro team di pronto intervento incaricato di fornire aiuto in ambito sanitario. Jean-Daniel Junod ha fatto parte del modulo «Mother and Child» © DFAE

L’unità «Mother and Child» è stata creata nel 2014, a seguito del terremoto avvenuto ad Haiti nel 2010, ed è stata poi inviata in Nepal l’anno successivo e ora in Libano. È formata da personale medico e infermieristico che esegue interventi chirurgici su bambini e bambine e assiste le donne in procinto di partorire. Signor Junod, potrebbe spiegarci meglio l’idea alla base della creazione di questa unità?

L’idea va ben oltre la semplice risposta alle esigenze sanitarie immediate. Siamo in grado di arrivare sul luogo di un disastro e di essere operativi molto rapidamente, ma abbiamo anche l’ambizione di avere un impatto sulle istituzioni. La nostra equipe medica è completa, può essere mobilitata rapidamente e opera con attrezzature trasportabili su aerei di linea e automobili. Il nostro obiettivo però è sostenere istituzioni vulnerabili durante una crisi, collaborando quindi strettamente con i nostri colleghi e le nostre colleghe sul posto.

L’unità si occupa principalmente delle madri e dei bambini, due gruppi particolarmente fragili in tempi di crisi, che spesso vengono trascurati perché richiedono competenze specifiche, ma anche per motivi culturali.

Signor Junod, una volta arrivato a Beirut, perché ha scelto gli ospedali Saint George e La Quarantaine?

Dopo aver visitato gli ospedali nella zona colpita, ne abbiamo scelti due: l’ospedale La Quarantaine e il Saint George. Volevamo innanzitutto rispondere a bisogni reali, ma anche raggiungere le persone più bisognose, in particolare madri e bambini. Infine, volevamo essere certi che il nostro progetto fosse realistico e potesse andare a buon fine. La Quarantaine è un ospedale pubblico che accoglie i più indigenti, purtroppo però è stato devastato mentre il Saint George ha potuto riprendere la sua attività quasi subito. Abbiamo quindi deciso di coinvolgere entrambe le istituzioni, anche perché ci siamo resi conto che collaboravano già.

Siamo in grado di arrivare sul luogo di un disastro e di essere operativi molto rapidamente, ma abbiamo anche l’ambizione di avere un impatto sulle istituzioni.
 La facciata del Saint Georges Hospital a Beirut danneggiata dall’esplosione.
L’esplosione ha danneggiato molti edifici della città, tra cui anche ospedali. I lavori di riparazione vengono eseguiti da un’esperta edile del CSA. © DFAE

Come avete verificato la sicurezza del sito dopo l’esplosione?

Lavorando a stretto contatto con i colleghi del CSA incaricati di verificare la stabilità delle costruzioni abbiamo potuto contare sulle competenze di specialisti in tutti i campi interessati. Oltre che dei rischi legati all’esplosione abbiamo dovuto anche tener conto delle grandi manifestazioni che avevano luogo in città e dei problemi connessi alla COVID-19.

Tutto è stato fatto in collaborazione con i nostri amici libanesi, non al loro posto. Negli ospedali abbiamo sostenuto le equipe curanti locali offrendo loro assistenza pratica e materiale.

L’intervento si è svolto in più fasi: cosa avete fatto concretamente per questi ospedali?

In una prima fase, l’equipe responsabile della verifica degli edifici ha ripristinato velocemente i locali dell’ospedale Saint George in modo che potesse tornare operativo al più presto. Qui abbiamo allestito l’unità «Mother and Child». In parallelo abbiamo iniziato i lavori all’ospedale La Quarantaine, dove abbiamo istituito un consultorio con l’idea di riavviare così le attività dell’ospedale ma anche di assicurare il trasferimento dei pazienti all’ospedale Saint George. I colleghi incaricati dei lavori di costruzione stanno inoltre effettuando una ristrutturazione completa dell’ospedale La Quarantaine che durerà alcuni mesi.

Insieme al Ministero della sanità libanese, alle direzioni ospedaliere e ai loro uffici finanziari sono state condotte intense trattative al termine delle quali le autorità interessate hanno firmato degli accordi. Questo lavoro, molto complesso, ha coinvolto personale curante, ingegneri, architetti, giuristi e persino diplomatici. Il tutto si è svolto in collaborazione con i nostri amici libanesi, non al loro posto. Negli ospedali abbiamo fornito sostegno alle equipe curanti locali, offrendo loro assistenza pratica e materiale.

 Una bambina viene visitata dal personale medico locale, assistito da un esperto del modulo «Mother and Child».
Gli specialisti del modulo «Mother and Child» forniscono principalmente assistenza medica ai bambini e alle donne in procinto di partorire. © DFAE

Quante persone possono beneficiare dei servizi dell’unità «Mother and Child»?

Il gruppo principale è in grado di prendere in carico autonomamente un centinaio di pazienti per cinque giorni; le risorse aggiuntive vengono impiegate in base alle esigenze. A Beirut non abbiamo solo creato una struttura con capacità ben definite, abbiamo fatto molto di più, abbiamo stimolato la ripartenza di istituzioni indebolite. Non ci siamo quindi limitati a curare poche centinaia di persone: con il nostro intervento abbiamo dato visibilità a un ospedale molto fragile e contribuito a rafforzarlo. Va detto che l’ospedale La Quarantaine è una struttura pubblica che non opera secondo un modello commerciale e che dipende quindi dalle sovvenzioni.

 Jean-Daniel Junod parla con alcuni colleghi del CSA e con i membri del personale locale.
Il modulo «Mother and Child» è composto da specialisti in pediatria, anestesia, ostetricia, da levatrici e da personale infermieristico. © DFAE

Come va la collaborazione con il personale medico locale?

Magnificamente! Al nostro arrivo siamo rimasti impressionati dall’esercito di giovani che spazzavano le strade e si attivavano negli ospedali. Abbiamo incontrato personale altamente qualificato, animato da tanta buona volontà, pur se molto scosso, ovviamente. Le ostetriche dell’ospedale Saint George mi hanno detto di aver sofferto di disturbi del sonno, di essere ancora sotto choc e di vivere costantemente in preda alla paura. Viste le circostanze, la presenza del personale svizzero è stata incoraggiante, e ha anche dato loro una certa tregua.

Lei ha maturato molta esperienza durante le Sue missioni ad Haiti, in Nepal, in Indonesia e in Libia: le Sue esperienze passate Le sono state di aiuto in questa situazione?  

Sì, certo. Dalle esperienze passate abbiamo imparato che possiamo far ripartire un ospedale in tempi brevissimi. Quando siamo giunti sul posto ci hanno detto che la ripresa avrebbe richiesto molto più tempo di quanto è poi realmente accaduto. In questo senso, è stato un vero successo, e abbiamo avuto un impatto reale sulle persone.

Abbiamo anche imparato a inserirci nel contesto locale e a collaborare con i colleghi e le colleghe sul posto. Ciò richiede modestia, tatto e la capacità di fare concessioni pur garantendo cure all’altezza degli standard internazionali.

Al Suo rientro in Svizzera ha mantenuto i contatti con il personale locale?

I legami che si creano non si spezzano neanche dopo il rientro in Svizzera: dopo l’esperienza di Gorkha in Nepal nel 2015, ad esempio, siamo tornati laggiù l’anno successivo con un’équipe degli Ospedali Universitari di Ginevra per impartire una formazione pratica.