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ComunicazioniPubblicato il 24 giugno 2025

L’altra prospettiva

Il 24 giugno si celebra la Giornata internazionale delle donne nella diplomazia, occasione per riflettere sulla situazione delle donne che lavorano nel campo della diplomazia e sulla parità di genere. Ecco cosa ci riferisce una diplomatica svizzera.

Foto scattata nella Sala Pometta del DFAE.

Fino all’inizio del XX secolo la diplomazia è stata una «cosa da uomini». Nel 1923 entra nell’arena diplomatica la prima donna, Aleksandra Michajlovna Kollontaj, nel ruolo di ambasciatrice. Nel 1977 la Svizzera nomina come prima ambasciatrice del Paese Francesca Pometta, che dal 1982 al 1987 dirige la Missione permanente d’osservazione della Svizzera presso l’ONU a New York. Come il mondo, anche la diplomazia è cambiata e si è continuamente sviluppata.

La diplomazia costruisce relazioni e unisce, può impedire i conflitti e mediare dove non c’è più dialogo.
Consigliere federale Ignazio Cassis

Sempre più donne aspirano alla carriera diplomatica e assumono posizioni di rilievo nella politica internazionale. I ministeri degli affari esteri di molti Paesi – tra cui anche il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) svizzero – attuano misure mirate per sostenere e promuovere maggiormente le candidature di donne. Nel suo Piano d’azione 2028 per le pari opportunità sul posto di lavoro, il DFAE si è impegnato a promuovere la diversità in tutte le sue sfaccettature: parità di genere e rappresentazione adeguata delle quattro comunità linguistiche. Entro il 2028 si dovrà raggiungere una rappresentanza paritetica di donne e uomini del 45–55 per cento a tutti i livelli gerarchici. L’obiettivo è rafforzare una cultura sostenibile, equa e inclusiva. La competente commissione di ammissione assicura che donne e uomini siano equamente rappresentati nelle procedure di selezione per la carriera diplomatica. I progressi sono già visibili: nel 2024 la percentuale di donne nel corpo diplomatico è salita al 39,2 per cento (+9,6 % rispetto al 2013).

«Donne, pace e sicurezza»

La risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel 2000, rappresenta una pietra miliare per la partecipazione inclusiva ai processi di pace, poiché ha inserito il tema «Donne, pace e sicurezza» nell’agenda internazionale. La risoluzione sottolinea il ruolo centrale che le donne già svolgono – e dovranno svolgere in misura maggiore in futuro – nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti, nei negoziati di pace e nell’attuazione di misure più complete di mantenimento della pace. Nel 2007 la Svizzera ha adottato il suo primo piano d’azione nazionale «Donne, pace e sicurezza», cui sono seguite tre versioni aggiornate.

Nonostante i progressi compiuti, a livello mondiale nel 2023 le donne rappresentavano appena il 21 per cento delle persone in possesso del titolo di ambasciatore, mentre la percentuale di ambasciatrici svizzere all’estero raggiungeva il 26,5 per cento. Vi è dunque un potenziale da sfruttare, considerato che gli accordi di pace hanno il 35 per cento in più di probabilità di durare se nel processo di pace sono coinvolte donne: ciò è dovuto in parte al fatto che questi negoziati sono l’occasione per ridefinire le relazioni esistenti e rafforzare il ruolo di singoli gruppi, puntando a un’equa distribuzione del potere. L’inclusione delle donne nella diplomazia e nei negoziati di pace favorisce, nel lungo periodo, la creazione di una società internazionale più giusta, sostenibile e pacifica. Coinvolgere le donne nella diplomazia non serve quindi solo a raggiungere una quota di genere auspicata, bensì anche a ridefinire strutture e rapporti di potere in essere.

Qual è la situazione di quel 21 per cento di donne nella diplomazia? Ecco cosa ci riferisce Rahel Pema, diplomatica svizzera.

La diplomatica Rahel Pema interviene all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.

Qual è stata la sfida più impegnativa nella Sua carriera?

Rahel Pema: Il mio precedente incarico in Medio Oriente, in una società dominata dagli uomini, è stato molto significativo per me. Nel ruolo dirigenziale che coprivo, ho dovuto ritagliarmi con meticolosità il mio posto, conquistarmi il rispetto degli altri e dimostrare le mie capacità e la mia professionalità ai colleghi uomini e agli esterni. Ho dovuto imparare che andare contro le strutture di potere e le abitudini locali spesso non è efficace e che è importante adattarsi, senza piegarsi, per difendere le proprie idee. L’essere donna può essere uno strumento che apre porte e canali. Si tratta poi anche di vincere le proprie paure.

Quali barriere strutturali incontrano ancora le donne che rivestono posizioni diplomatiche?

Rahel Pema: Secondo la mia esperienza, a imporre barriere a noi donne sono le forme di pregiudizio e di stereotipi, più o meno consapevoli, che ancora persistono. Mi chiedo perché le prestazioni di una donna che ha figli vengano messe in dubbio molto più di quelle di un uomo nella stessa situazione. E perché gli uomini siano ancora giudicati principalmente per le loro qualità professionali, mentre le donne devono soddisfare anche altri parametri, o perché nei ruoli dirigenziali le soft skills siano spesso sottovalutate nella realtà quotidiana, sebbene i modelli di leadership moderni e scientificamente fondati dimostrino il contrario. È importante esaminare criticamente e affrontare esplicitamente i propri schemi di pensiero.

Le dinamiche di dialogo cambiano quando al tavolo dei negoziati siedono anche donne?

Rahel Pema: Sono impressionata dal livello di professionalità e di abilità diplomatica mostrata da donne e uomini nel contesto delle Nazioni Unite qui a New York. Tuttavia, poiché la professione è ancora dominata dagli uomini, sono nate interessanti reti informali in cui le donne di tutte le regioni del mondo si riuniscono per scambiare idee, formare alleanze, guardare ai punti in comune invece che alle differenze e cercare soluzioni. Questo influenza le dinamiche. Ma c’è anche un’altra realtà: donne provenienti da tutte le regioni siedono al tavolo dei negoziati e discutono della condizione femminile nel mondo, rappresentando le posizioni dei loro Governi, che sono contro le donne. È difficile da capire.

Comunicazione DFAE