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ComunicazioniPubblicato il 5 giugno 2026

Concorso di ammissione 2026: tra patria e mondo

Dal 22 maggio 2026 è possibile candidarsi per il concorso di ammissione al DFAE. In una serie di tre articoli vengono presentati i particolari requisiti per l’ammissione alle carriere trasferibili e le relative opportunità. Nell’ultima parte prendono la parola una collaboratrice e un collaboratore del DFAE che raccontano in prima persona cosa significhi ricominciare, sul piano professionale e privato, in un posto nuovo ogni tre o quattro anni.

Nella foto si vedono Marco Andreu e la direttrice della DSC, Patricia Danzi, durante la visita al Caritas Baby Hospital di Betlemme.

Negoziati complessi, regolari obblighi di rappresentanza e impieghi in contesti politici in continua evoluzione richiedono un elevato grado di flessibilità, sia nell’organizzazione del tempo libero sia nella vita familiare. Samira Cizero Ntasano e Marco Andreu raccontano la loro quotidianità professionale e personale in qualità di collaboratori trasferibili del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) e illustrano le opportunità e le sfide di una carriera soggetta all’obbligo di trasferimento.

Ritratto Samira Cizero Ntasano

Cosa l’ha motivata inizialmente a diventare diplomatica?

Mi identifico fortemente con la politica estera della Svizzera, con la tradizione dei buoni uffici e con le nostre istituzioni orientate al compromesso e alla tutela delle minoranze. Questo, insieme alle esperienze lavorative maturate presso l’ONU, nella società civile e nel DFAE, mi ha convinta che la carriera diplomatica riunisse tutto ciò che desideravo realizzare professionalmente. Le mie origini multiculturali, unite alle esperienze di vita e di lavoro in diversi continenti, hanno inoltre rafforzato il desiderio di vivere la mia identità svizzera nel dialogo con altre culture. Ho quindi sempre considerato l’obbligo di trasferimento come un’opportunità per rimanere radicata nel mio Paese ampliando al contempo i miei orizzonti personali in nuovi contesti e contribuendo nel lungo periodo alla politica estera della Svizzera.

Le Sue figlie e Suo marito come vivono il trasferimento in nuovi Paesi e l’incontro con culture diverse? Quali sono le principali difficoltà?

Le nostre figlie, che sono ancora piccole (8 anni e quasi 5), e mio marito sono molto aperti verso nuove culture e nuovi Paesi e amano viaggiare. Finora hanno vissuto numerose esperienze positive e considerano la scoperta di nuovi luoghi un privilegio. Devono però affrontare anche gli aspetti più difficili dei trasferimenti: per le bambine, in particolare, è doloroso separarsi dagli amici più cari. La Svizzera rimane chiaramente la loro patria e ci impegniamo molto per tornarvi regolarmente, mantenere vivi i contatti con il nostro ambiente di riferimento e rafforzare la loro identità svizzera. Per mio marito la sfida principale consiste nel proseguire la propria carriera nonostante i frequenti cambiamenti di sede. A causa dell’obbligo di trasferimento ha già dovuto rinunciare ad alcune opportunità professionali.

Come gestite, come famiglia, il passaggio da un Paese e da una cultura all’altra?

A casa nostra si ascolta di tutto: dalle canzoni svizzere per bambini in stile «Schwiizergoofe» e «Det äne am Bärgli» fino alla rumba congolese e a Umm Kulthum. Oltre alla musica, per noi anche la lingua riveste un ruolo fondamentale. Con le bambine parliamo svizzero tedesco e francese. Queste lingue costituiscono la nostra base e contribuiscono fortemente alla costruzione dell’identità. Allo stesso tempo cerchiamo di trasmettere loro apertura e curiosità verso nuovi idiomi, culture e persone. In famiglia discutiamo sia degli aspetti meravigliosi sia di quelli più impegnativi dei nuovi Paesi. A Kinshasa, per esempio, si parla della povertà e dell’inquinamento urbano oltre che della ricchezza culturale e della nazionale di calcio.

A livello personale, cosa apprezza del fatto di vivere questa professione insieme alla Sua famiglia?

Considero un privilegio straordinario poter scoprire con la mia famiglia così tante sfaccettature del mondo e, allo stesso tempo, tornare regolarmente in Svizzera. Questo stile di vita e la condivisione di esperienze talvolta incredibili ci hanno probabilmente resi ancora più uniti come famiglia.

Ritratto Marco Andreu

Come descriverebbe il Suo lavoro a chi non lo conosce?

In sostanza il mio lavoro consiste nel tradurre problemi complessi in soluzioni concrete: dall’aiuto umanitario durante le crisi al miglioramento della formazione professionale fino al sostegno alle comunità locali. Lavoro nei Paesi in cui è attiva la cooperazione internazionale, dal Sud globale all’Europa dell’Est. Ci si muove tra il lavoro sul campo e le sale riunioni, facendo da mediatori tra i bisogni locali, i governi partner e gli attori internazionali. Questo implica anche molto coordinamento e un notevole lavoro amministrativo dietro le quinte. Alla fine, la domanda fondamentale è sempre la stessa: dove può la Svizzera fare concretamente la differenza?

Qual è la differenza tra le aspettative prima della partenza e la realtà sul posto?

Prima di un impiego all’estero si leggono rapporti e libri, si guardano documentari e si pensa di aver acquisito una comprensione abbastanza chiara del contesto. Una volta sul posto, però, la prospettiva cambia. Il quadro d’insieme è spesso corretto, ma non basta a cogliere tutta la complessità della realtà. I nessi, i margini di manovra e le tensioni si rivelano in modi diversi: negli incontri e nelle routine quotidiane, nelle reti di relazioni e nelle regole non scritte, ma anche nel tessuto della vita di ogni giorno, fatto di suoni e odori, nonché nel modo in cui le persone vivono e si adattano alle circostanze. È proprio lì che si inizia a capire davvero la nuova realtà o, al contrario, ci si sente ancora più confusi.

Come affronta i cambiamenti della situazione relativa alla sicurezza? Quale caratteristica personale Le è stata più utile e quale ha dovuto acquisire?

Mi affido a fonti affidabili ed evito il «doomscrolling»: molte delle informazioni che circolano non sono verificate e alimentano inutilmente le paure. Per quanto riguarda la sicurezza e gli spostamenti, seguo rigorosamente le valutazioni della rappresentanza e delle autorità competenti. Mi sono state particolarmente utili alcune abitudini: correre regolarmente, seguire una routine fissa nelle mie giornate e concedermi pause. Anche il confronto con gli altri è importante: abbiamo per esempio organizzato cene o serate cinema. Ho dovuto imparare che vivere in condizioni di sicurezza difficili non è cosa da poco: è fondamentale saper prendere le distanze e lasciare il Paese con regolarità.

Candidatura per le carriere trasferibili

Per la carriera consolare (livello manageriale) e la carriera Diplomazia le candidature potranno essere presentate dal 22 maggio al 16 giugno 2026. Per la carriera Diplomazia (profilo II), invece, ci si potrà candidare dal 18 maggio al 1° giugno 2026.

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