Dipartimento federale degli affari esteri DFAE

«ll divorzio è ormai concluso, ma la questione della Brexit resta ancora viva»

Dal 23 al 26 agosto 2021, nel quadro della Conferenza degli ambasciatori e della rete esterna, che si tiene a Berna, saranno affrontati temi di attualità relativi alla politica estera, che spaziano dalla sicurezza informatica alle pari opportunità, passando per la politica europea. Sarà un’ottima occasione per gettare uno sguardo a quanto succede in altri Paesi (per es. la Norvegia e il Regno Unito) che, come la Svizzera, non appartengono all’UE e hanno adottato soluzioni proprie nelle relazioni bilaterali con l’Unione.

23.08.2021
I camion si muovono, su due file, su una rampa d’accesso al traghetto nell’area portuale.

I camion trasportano merci sul territorio del Regno Unito dopo aver raggiunto Dover con il traghetto. © Keystone

Markus Leiter è ambasciatore svizzero a Londra. Nell’intervista, approfondisce la strategia «Mind the gap» del Consiglio federale e le prime esperienze del Regno Unito dopo la Brexit: nel Paese, le opinioni su questa scelta restano ancora divise.  

 Ritratto dell’ambasciatore svizzero a Londra, Markus Leitner.
Markus Leitner è ambasciatore svizzero a Londra. © DFAE

Pochi giorni fa il Consiglio federale ha approvato una nuova convenzione di sicurezza sociale con il Regno Unito. Quali novità sono state introdotte? E perché si tratta di una convenzione necessaria?

La nuova convenzione permetterà di armonizzare le assicurazioni sociali dei due Stati dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (UE). Nel concreto, garantisce un’ampia parità di trattamento tra gli assicurati nonché un accesso facilitato alle prestazioni di sicurezza sociale e mira a evitare la sovrassicurazione e le lacune assicurative. La nuova convenzione facilita quindi la vita degli assicurati e delle imprese.

Prima i sistemi di sicurezza sociale della Svizzera e del Regno Unito erano coordinati nell’ambito dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE (ALC).

Con la convenzione di sicurezza sociale, la Svizzera ha finora concluso nove accordi con il Regno Unito nel quadro della strategia «Mind the Gap» del Consiglio federale, che mira a evitare lacune giuridiche nelle relazioni tra i due Stati e a salvaguardare i diritti e gli obblighi reciproci dopo la Brexit. Quale bilancio si può trarre in questo ambito?

Nel complesso, il bilancio relativo agli accordi negoziati è finora positivo e la loro applicazione procede in modo ottimale. 

Dopo aver assicurato la continuità attraverso la strategia «Mind the gap», ora possiamo concentrarci sull’approfondimento delle nostre relazioni con il Regno Unito.

Dopo aver assicurato la continuità attraverso la strategia «Mind the gap», ora possiamo concentrarci sull’approfondimento delle nostre relazioni con il Regno Unito. In settori come i servizi finanziari, il commercio o la migrazione vediamo un interesse comune ad ampliare la cooperazione.

I colloqui in materia di servizi finanziari sono in fase avanzata. In questo settore si punta a un accordo basato sul principio del mutuo riconoscimento del quadro di vigilanza e della regolamentazione dei mercati finanziari. L’obiettivo è facilitare l’accesso transfrontaliero al mercato per un’ampia gamma di servizi finanziari nei settori delle assicurazioni, delle banche, della gestione patrimoniale e delle infrastrutture del mercato dei capitali.

Prima della Brexit, molte Svizzere e molti Svizzeri che vivono nel Regno Unito non sapevano se il loro statuto di soggiorno sarebbe cambiato. Continua a ricevere molte domande da parte di cittadine e cittadini svizzeri oppure la questione è stata ormai chiarita?

All’inizio del 2019 la Svizzera e il Regno Unito hanno sottoscritto l’Accordo sui diritti dei cittadini, che tutela i diritti delle Svizzere e degli Svizzeri nel Regno Unito acquisiti fino al 31 dicembre 2020 in virtù dell’ALC. Tra questi figurano per esempio il diritto di soggiorno, i diritti in materia di assicurazioni sociali e il riconoscimento delle qualifiche professionali. Lo stesso vale per le cittadine e i cittadini del Regno Unito in Svizzera. 

L’Ambasciata a Londra si è adoperata con un’ampia campagna per aiutarli a richiedere un’iscrizione al nuovo sistema.

Tutte le Svizzere e tutti gli Svizzeri nel Regno Unito interessati dall’Accordo dovevano registrarsi presso le autorità britanniche entro il 30 giugno 2021 nel quadro del cosiddetto «Settlement scheme». Lo hanno fatto in 20 000.

L’Ambasciata a Londra si è adoperata con un’ampia campagna per aiutarli a richiedere un’iscrizione al nuovo sistema. Fortunatamente da inizio luglio non riceviamo quasi più domande su questo argomento.

Dopo una fase di transizione, dal 1° gennaio 2021 il Regno Unito è definitivamente uscito dall’UE. In questi ultimi sei mesi cosa è cambiato nel Paese?

Il poco tempo trascorso e le conseguenze della pandemia di COVID-19 rendono difficile un’analisi. Il forte calo dei flussi commerciali nel primo trimestre del 2021 può essere attribuito all’accumulo di scorte in vista della Brexit, ai ritardi nell’adattarsi alle nuove regole, all’introduzione di ostacoli non tariffari al commercio, a modifiche nelle catene di approvvigionamento ecc. Nel secondo trimestre si è registrata un’espansione, anche nel commercio con l’UE, che può tutt’al più indicare segnali di ripresa. Occorre più tempo per constatare eventuali variazioni economiche.

A livello politico, la Brexit resta un tema centrale nel dibattito politico interno e, ovviamente, nelle relazioni con l’UE.

Una questione molto dibattuta tra Regno Unito e UE è come evitare una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord. Può darci qualche spiegazione?

Il Protocollo sull’Irlanda del Nord concluso a fine 2019 nel quadro dell’Accordo di recesso siglato da Regno Unito e UE è essenziale per evitare il ritorno di una frontiera tra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda. Proprio la frontiera ha costituito un punto di frizione durante i tre decenni di violenze tra repubblicani nazionalisti (cattolici), sostenitori della riunificazione dell’Irlanda, e lealisti unionisti (protestanti), che preferiscono restare sotto la Corona britannica. La risoluzione della questione nord-irlandese è stata centrale nei negoziati sul recesso del Regno Unito dall’UE al fine di assicurare il mantenimento della fragile pace raggiunta con l’Accordo di Belfast (il cosiddetto Accordo del Venerdì Santo) del 1998. 

Il Paese rimane spaccato in due parti uguali in merito all’uscita dall’UE.

Per evitare una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, il Protocollo prevede una frontiera «nel Mare d’Irlanda» tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna: le merci trasportate verso l’Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna devono quindi essere sottoposte a nuove formalità e a controlli nei porti e aeroporti nord-irlandesi. Ciò ha creato problemi nell’approvvigionamento del territorio, causando rabbia nella comunità unionista, che ha a cuore la permanenza all’interno del Regno Unito. La situazione è complessa e le due parti cercano ancora una soluzione.

La popolazione del Regno Unito discute ancora di Brexit o si è ormai pienamente adeguata alla nuova situazione?

Cinque anni dopo il referendum del 23 giugno 2016 sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, l’opinione pubblica resta discorde: pochi hanno cambiato opinione rispetto al voto espresso nel 2016 e il Paese rimane quindi spaccato in due parti uguali in merito all’uscita dall’UE. Il divorzio è ormai concluso, ma la questione della Brexit e delle sue conseguenze resta ancora viva, come testimoniano le ripercussioni in Irlanda del Nord e in Scozia, dove è stata risollevata la questione dell’indipendenza.

Norvegia: membro dello Spazio economico europeo (SEE) 

  • Il popolo norvegese si è già espresso due volte (nel 1972 e nel 1994) contro l’adesione all’Unione europea. I due principali raggruppamenti politici del Paese, ovvero i conservatori e i laburisti, sono favorevoli all’adesione, ma si guardano bene dal farne un obiettivo di legislatura. La netta maggioranza della popolazione, infatti, continua a rifiutare con decisione l’entrata nell’UE.
  • La Norvegia attua una politica d’integrazione attiva attraverso il SEE; questa politica è ampiamente sostenuta sul piano interno e non comporta alcuna adesione all’Unione europea. Le relazioni con quest’ultima sono inquadrate dal 2014 in una strategia pluriennale e in programmi di lavoro annuali.
  • In numerosi settori la Norvegia persegue una cooperazione attiva con l’UE, allineandosi volentieri alle sue posizioni e associandosi spesso alle sue sanzioni. Così facendo cerca di migliorare la sua capacità di influenzare a proprio favore i processi legislativi e decisionali a Bruxelles, soprattutto nei settori a cui tiene in modo particolare. Quando si discosta dalla politica dell’UE, lo fa perché altri interessi, per esempio commerciali, lo richiedono. Di tanto in tanto vi sono tensioni su questioni di diritto e di quote di pesca, sulla libera circolazione delle persone oppure sulle prestazioni sociali. L’autorità di vigilanza dell’AELS (ESA, EFTA Surveillance Authority) critica regolarmente l’applicazione iniqua di alcune regole da parte di Oslo, che le adatta per una questione di pragmatismo e di realismo.
  • Con un’economia che dipende in gran parte dalla produzione di petrolio e di gas, la Norvegia è consapevole che il suo futuro dipenderà notevolmente dalla transizione ecologica. Mira a diventare un Paese pioniere in materia di sostenibilità energetica e di produzione elettrica in Europa. Aderisce quindi pienamente al Green Deal lanciato dalla Commissione dell’UE.
  • La Norvegia è favorevole al rafforzamento del libero scambio e anche all’ampliamento della rete di ALS attraverso l’AELS. Analogamente alla Svizzera, s’impegna per una maggiore attenzione ai Paesi BRICS e a quelli emergenti, sebbene non sempre i suoi interessi coincidano con quelli del nostro Paese.
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